20th Luglio 2010

OUT OF ITALY : l’America latina scansa la crisi

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crisi america latinaLa regione evita gli errori del passato e affronta la sfida di imparare a gestire e ben distribuire l’abbondanza. Gli indicatori sociali latinoamericani continuano a registrare livelli sensibilmente peggiori rispetto a quelli europei, ma le congiunture economiche delle due aree sono contrastanti
Gli analisti sostengono che la buona tenuta della macroregione trovi spiegazione nella crescente dipendenza dell’economia locale da quella cinese e, in minor misura, dal legame con gli Usa che, seppure ridimensionatosi negli ultimi anni, è ancora forte e consentirà di agganciare la probabile accelerazione del gigante nordamericano nel 2011. Contemporaneamente, il continente liberatosi dalla dominazione spagnola grazie alla ferrea volontà di Simon Bolivar, dipende sempre meno dal Vecchio Continente.

A differenza di altre crisi mondiali che hanno messo in ginocchio l’America latina, questa volta il colpo non è stato così duro e la ripresa appare più vigorosa. L’America latina non uscirà indenne dalla crisi internazionale, ma neanche a pezzi.

A livello internazionale, i paesi asiatici e latinoamericani sono quelli che stanno mostrando i migliori segnali di ripresa in questa lenta fase di uscita dalla crisi. Il ciclo mondiale viene attualmente spiegato dalla domanda degli emergenti, in particolare quelli localizzati in Asia. Gli emergenti rappresentano già il 44% dell’economia mondiale rispetto al 33% degli anni ottanta. L’America latina è ben posizionata per soddisfare la domanda asiatica di derrate alimentari e minerali, necessaria per alimentare l’espansione della classe media e dell’economia. Il Sudamerica si presenta come il fornitore ideale per l’Oriente. Al contrario, l’America Centrale (Messico in testa) e l’area caraibica restano fortemente dipendenti dagli Usa e pertanto la loro ripresa sarà più lenta.

Il Pil latinoamericano, dopo aver subito una contrazione dell’1,9% nel 2009, crescerà del 5,2% nel 2010. In testa alle principali economie della regione si posiziona il Brasile (7,6%), seguito da Perù (6%), Argentina (5,4%), Cile (4,7%) e Messico (4,5%). La Colombia crescerà del 3,6% e l’eccezione tra i paesi più grandi sarà rappresentata dal Venezuela che registrerà una contrazione del 2,6%.

Uno dei motivi che hanno garantito l’accelerazione dell’uscita dalla crisi è la gestione prudente della spesa pubblica realizzata tra il 2002 e il 2008 (periodo favorevole alle quotazioni delle materie prime e agli introiti statali). L’accumulazione di riserve nelle banche centrali e di fondi anticilici nelle casse pubbliche ha consentito di mettere in campo politiche anticicliche efficaci. Per la prima volta, il lungo trend rialzista dei prezzi delle materie prime è stato adeguatamente sfruttato per mettere al riparo dalle tempeste finanziarie i conti pubblici.

Ma perché questa volta è stato differente? In passato, qualsiasi crisi statunitense provocava un disastro a sud del Rio Bravo perché veniva ridotto al lumicino il flusso di finanziamenti proveniente dall’estero. Questa volta gli investitori hanno continuato a dare fiducia a Governi che hanno saputo dimostrare di saper tenere sotto controllo i deficit. L’Argentina è un’eccezione perché i mercati non credono nel paese da quando, nel 2007, le autorità di Buenos Aires hanno cominciato a sottostimare il reale andamento dell’inflazione.

Alcuni paesi europei presentano deficit fiscali superiori al 10%. La media latinoamericana è del 2,4%. E’ ovvio che non bisogna dimenticare che i paesi industrializzati possono permettersi di mantenere deficit e debito su livelli molto più elevati di quelli dei paesi emergenti perché i mercati continuano ad avere fiducia in essi.

Un’altra delle ragioni che spiegano il recupero latinoamericano rispetto a quanto verificatosi nei cicli anteriori, è la buona tenuta delle quotazioni delle materie prime (crollate in occasione delle altre crisi) e la loro rapida risalita rispetto ai minimi. Sei di ogni 10 Usd ricevuti dall’area attraverso le sue esportazioni provengono dalle vendite di materie prime. C’è un boom delle materie prime che è stato alimentato dalla domanda cinese e indiana anche durante le fasi più buie della crisi.

Importante è stata anche la tenuta dei flussi di investimento. Le economie latinoamericane ‘investment grade’ sono riuscite a calamitare risorse a tassi bassi, tuttavia, il problema di questi paesi è riuscire a canalizzare questi investimenti verso attività produttive che consentano di supportare l’occupazione e la competitività. Infine, l’America latina ha affrontato la crisi con un sistema finanziario senza assets tossici (presenti solo in alcune società brasiliane e messicane) né bolle immobiliari. Il credito rappresenta solo il 30% del Pil regionale, l’incidenza più bassa al mondo.

La forte crescita di alcune economie dell’area ha convinto i Governi ad assumere provvedimenti tesi a raffreddare l’economia per evitare l’incipiente pericolo di inflazione. Le banche centrali di Brasile, Cile e Perù hanno ritoccato al rialzo i tassi di interesse per adeguare la politica monetaria al nuovo contesto. Il Governo di Lula ha annunciato una manovra fiscale da 3.100 mln di euro. L’inflazione brasiliana potrebbe toccare il 5,9%, quella messicana il 3,8%. In Cile, Colombia e Perù le aspettative si fermano rispettivamente al 3,8%, 3,7% e 2,2%. Le uniche eccezioni sono l’Argentina (20%) e il Venezuela (40,8%).

Approfondimento a cura di www.fondionline.it

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